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mercoledì 9 dicembre 2015

Galiano - Casa particulare, La Habana, Cuba, 2015

Dopo le lungaggini del controllo passaporti e del recupero valigie, siamo arrivati alla casa prenotata da Roma tramite internet alle 23,30. I proprietari erano già a letto. Di campanelli o altre modalità di comunicazione neanche a parlarne. Fortunatamente il giovane intermediario turistico, Hanser, ci ha accolto all'aeroporto e ci ha fatto da guida sin dentro la casa. Siamo saliti con lui e con il tassista suo amico. Dalla strada entriamo in un lungo corridoio malmesso. Alla fine del corridoio, una sorta di androne interno, con tanto di colonna blu al centro e un trompe-l'œil sulla parete raffigurante i mogotes di Viñales: grandi rocce a forma di panettone, coperte di vegetazione, alte tra i 150 e i 250 metri che emergono da un terreno pianeggiante.
Fortunatamente c'è l'ascensore e saliamo al terzo piano. Primo cancelletto in ferro sul pianerottolo, dietro al quale inizia un passaggio abbastanza stretto tra un muro a destra e a sinistra degli strani brise soleil in legno intervallati da pezzi di muro e aperture senza niente. Qualche brise soleil sta anche in alto nel muro di destra. Più o meno a metà del passaggio nuovo cancelletto in ferro davanti a una porta in alluminio con vetri decorati non trasparenti: la porta di casa.
Entriamo. L'ambiente che ci accoglie è spazioso, chiaro, pitturato di fresco: divano e due poltrone in legno massiccio ricoperti in un velluto marrone ancora in buono stato, tavolino basso e tavolo da pranzo con piano in cristallo, quattro seggiole sempre in legno massiccio. Sui tavoli due oggetti decorativi (rami aggrovigliati lucidati con copale scura, quasi sicuramente raccolti durante una passeggiata al mare o in campagna) che impediscono qualunque uso dei tavoli stessi. Sulla parete di fondo una grande tenda in tinta con il salotto copre una grande finestra scorrevole a due ante.
Ci affacciamo in camera da letto e appaiono da dietro, in evidente affanno, i padroni di casa. Abitando al piano di sotto, hanno fatto a tempo a rivestirsi dopo la telefonata di Hanser. Lui, Lima, un omone di tutto rispetto con i suoi 74 anni, carnagione chiara, capelli bianchi, barba corta e una gran voglia di parlare. Resta deluso perché si era preparato una serie di frasi in inglese mentre io l'ho pregato di parlare in spagnolo (notoriamente la lingua nazionale di Cuba). Lei non si presenta, resta nell'ombra del marito. Bassina, capelli brizzolati molto corti, sorriso mite sulla sessantina.
Riprendiamo l'ispezione o, se si preferisce, la presa di possesso della casa. Il grande letto lascia intorno lo spazio per muoversi. Due comodini, sempre in legno massiccio, e due scendiletto. Una porta del muro ai piedi del letto cela una sorta di cabina armadio con tanto di cassaforte. Dietro la testa del letto una finestra identica alla precedente di fatto inaccessibile e inutilizzabile. Fortunatamente a fianco un condizionatore un po’ rumoroso ma efficace. Il bagno rifatto da poco, pulito, con tanto di bidè.
I nostri ospiti garantiscono che nella doccia arriva l'acqua calda dallo scaldabagno a gas che sta in cucina (soggiorno al centro con la porta di ingresso, camera da letto e bagno a destra, cucina a sinistra). In effetti per qualche doccia un po' di acqua tiepida è arrivata, ma altrettante volte abbiamo scaldato l'acqua in una pentola sul fornello.
In cucina il microonde, una pentola con resistenza elettrica dove i Cubani cucinano l'intera cena, qualche piatto, bicchiere e posata raccolto in una vaschetta di plastica. Mancano pentole e padelle da usare con i fornelli che pure ci sono. Manca un coltello da cucina che tagli sul serio e il relativo tagliere.
L’amore con cui guardano, descrivono e offrono la loro casa va molto oltre il rapporto commerciale con un turista, o con una ospitalità offerta con generosità. C’è l’orgoglio di possedere qualcosa di solido, qualcosa che Europei e Canadesi
Alcune cose non quadrano, ma l'ora tarda, la mancanza di alternative e la piacevole accoglienza di Hanser, del tassista, di Lima e signora hanno di fatto rimandato tutti i problemi ai giorni successivi. Basta scendere un piano per integrare la dotazione e rendere possibile prepararsi pranzo e cena. Non tutte le richieste sono soddisfatte, in compenso ho progressivamente saputo tutto (con tanto di esibizione delle bende ancora utilizzate sotto maglietta e pantaloni) sulle 7 operazioni sopportate da Lima per una infezione intestinale, almeno così dice lui.
Siamo rimasti a Galiano cinque notti e lì abbiamo imparato come adattarci e difenderci dalla Cuba dei Cubani. A Cuba non funziona niente, ma tutto funziona quel tanto che basta per sopravvivere, quel tanto che basta a non arrabbiarsi e mandare tutto a carte quarantotto.
La cosa più eclatante, per me, sono le finestre della casa di Galiano. Ripeto sono belle grandi, sembrano in buono stato, ma non servono a quello che dovrebbero servire. Il vetro stampato non permette di vedere le costruzioni circostanti. Il combinato disposto tra le ante scorrevoli e una tenda oscurante bloccata al centro ne impedisce l'apertura. Si riesce solo a scostare tenda e anta di una trentina di centimetri: una feritoia insufficiente per affacciarsi davvero. L'unico modo per avere un riscontro d'aria (assolutamente vitale in un clima caldo e umido come quello di La Habana) è di aprire la feritoia e spalancare la porta di ingresso lasciando che dal passaggio tutti, o meglio gli inquilini della casa accanto, possano guardarti dentro il soggiorno mentre distrattamente esci in mutande dalla camera da letto.


Per avere un contatto con l’esterno non resta che la feritoia concessa da anta scorrevole e tenda bloccata. Mi affaccio per vedere uno scampolo di cielo tropicale e scopro una piccola realtà nascosta. Sotto la mia finestra, un cortile che davanti e a sinistra si ferma un piano sotto al mio, mentre a destra raggiunge e in parte supera il terzo piano. Nel muro di sinistra in alto ci sono aperture irregolari nelle quali appaiono di tanto in tanto una donna che lava e stende il bucato, oppure un uomo intento a sistemare i grandi serbatoi dell’acqua appoggiati sui terrazzi di copertura.
Al piano di sotto invece un ballatoio esposto alle piogge tropicali quotidiane corre torno torno al cortile. Sul ballatoio aprono grandi porte finestre, due sul lato destro, tre sul davanti e una sul sinistro. Le due a sinistra sono sempre aperte. Si vedono mattonelle colorate e qualche pianta. Cosa succeda dentro non lo capisco, presumibilmente funzionano da ingresso attraversato per uscire di casa, oppure aperto agli eventuali visitatori. Delle tre di fronte la prima a sinistra sta sempre chiusa. Quella al centro si apre e si chiude al passaggio di una signora anziana, magra, con camicioni e vestaglie di colori chiarissimi, che procede piano insicura e guardinga per entrare nella finestra a destra. Questa funziona da accesso alla cucina e al bagno che però non si vedono.
La cosa più interessante è la terza porta a sinistra, quasi sempre aperta. Dentro dall'alto si vedono due letti appoggiati alla parete di fondo, più un terzo che si intravede nell'angolo a destra della portafinestra. Sono coperti dalla parete esterna e quindi non si vedono, ma fianco alla porta finestra ci sono un ventilatore e un televisore di dimensioni consistenti, ambedue puntati verso i letti. Le persone entrano e escono secondo i ritmi della giornata. Un anziano signore con capelli corti quasi bianchi che risaltano sulla pelle color bronzo sembra in totale sintonia con la casa. Solita magrezza e movimenti eleganti. Passa un sacco di tempo seduto ai piedi del primo letto, dove mangia, beve e guarda la televisione. Quando si alza il più delle volte va in cucina o in bagno. Non esce di casa praticamente mai, come pure l’anziana signora. Vicino a lui appare e scompare una giovane donna, fiera della sua femminilità, in camicia da notte appena alzata, con l'asciugamano in testa per i capelli appena lavati, vestita per uscire, con il piatto unico della cena che esce dalla cucina, sdraiata sul letto anche lei per guardare la televisione insieme al signore anziano. Durante il giorno la giovane donna non si vede, presumibilmente lavora. I due anziani si muovono avanti e in dietro sempre con calma. Scambiano poche parole quando si incrociano nel ballatoio. Lui passa il tempo a tenere in ordine la casa, con una cura affettuosa e una precisione estranea al cortile infossato, ai muri consumati, al distacco di acque e luce, a una Habana cadente. Tutte le mattine il signore anziano sistema il letto a regola d'arte con un infinito numero di passaggi a destra e sinistra, in alto e in basso per tendere il lenzuolo, regolare la rovescina, sistemare i cuscini. Nessuno dei tre abitanti della casa sul ballatoio alza mai lo sguardo. Non credo che mi vedano o che siano interessati a sapere se qualcuno dei piani alti rivolge lo sguardo verso il basso. Il sole non entra mai nel cortile e il cielo forse è troppo lontano.
Io invece ho sempre bisogno di vedere il cielo. Sporgendosi dalla stretta apertura consentita da finestra e tenda, debbo scavalcare con lo sguardo le terrazze e le superfetazioni che dominano il retro del palazzo e sovrastano il cortile con ballatoio. Alla fine appare l’azzurro intenso del cielo caraibico che si mette subito in mostra. Si fa notare perché le nubi in alto, in secondo piano, sembrano stare ferme, mentre quale in basso, in primo piano si muovono molto rapidamente da est a ovest. Anche una nuvola, vista da qui, sembra una cosa diversa.


venerdì 10 gennaio 2014

Els Encants en Barcelona: Desde los espejos que duplican el mercado hasta la visita virtual de un caleidoscopio

From the mirrors which duplicate the market to the virtual tour inside a kaleidoscope

Dagli specchi che raddoppiano il mercato alla visita virtuale dentro un caleidoscopio


Come ogni capitale che si rispetti, anche Barcelona ha il suo mercato di cose usate, vecchie e antiche: Els Encants. Vicino alla Torre Agbar, a ridosso della Plaça de las Glóries (ovvero lo svincolo tra Avenida Diagonal e Gran Via). Una rampa ricuce gli elementi modulari allineati e circoscrive uno spazio vuoto a doppia o tripla altezza; nei livelli interrati i servizi e i parcheggi. Il tutto è coperto da una tettoia poligonale, con la faccia inferiore foderata di lucentissimi specchi. 
I rigattieri, antiquari e trovarobe dispongono le mercanzie a terra nella zona centrale (anche se l’area è triangolare, la rampa copre due lati e il vuoto si appoggia al terzo lato), ribassata rispetto al piano strada. La rampa offre una visione dall’alto del mercato con i compratori che si accalcano e diradano, le merci in attesa e i venditori che lanciano segnali sonori. 
Chi viene per comprare non guarda in alto. L’attenzione resta catturata dalle merci esposte che restano più basse dell’osservatore. Se invece si alza la testa, la copertura foderata di specchi offre una visione, una lettura dello spazio e dell’evento decisamente degne di nota. Le grandi tettoie che coprono e caratterizzano i mercati non sono nuove a Barcelona. Miralles l’ha utilizzata a Santa Catarina e Josep Miàs a la Barceloneta. Anche le superfici riflettenti a specchio hanno precedenti in città: lo stesso Miralles nel palazzo per il Gruppo Gas Natural. 
La combinazione tra una geometria poligonale delle superfici in alto, la capacità riflettente degli specchi e il polimorfismo delle attività del mercato in basso crea un effetto caleidoscopio. Perché allora non immaginare di proseguire il viaggio con l’immaginazione entrando nel caleidoscopio? Un modellatore solido, qualche algoritmo dinamico e la simulazione lega l’immaginazione alla memoria. Le suggestioni del viaggio entrano nel disegno che prepara nuovi viaggi.

domenica 16 dicembre 2012

Turchia - Una visita virtuale della Cappadocia

Se potessi tornare in Cappadocia, il tragitto sarebbe lo stesso dell’ultima volta, ma l’attenzione ed i tempi della visita sarebbero diversi. Punto di ingresso in Anatolia sempre Konya (la città dei famosi Dervisci). L’uscita da una città molto caratterizzata dalla cultura ottomana attraversa una periferia ormai uguale a tutto il resto del mondo, con i capannoni industriali, i silos, i rifornimenti di carburante. Quando l’agricoltura prende il sopravvento sul paesaggio urbano, tornano i segnali di una cultura antica nei campi e nelle poche case.
Proseguendo sull’altipiano si passa molto vicino sia a formazioni geologiche singolari sia ad una serie di caravanserragli. Ad esempio con una deviazione a sinistra di circa 4 chilometri si arriva ad Obruk, un piccolo paese agricolo affacciato su una sorta di buco circolare della crosta terrestre pieno d’acqua con a fianco le rovine di un caravanserraglio.
Altro breve tratto di strada in mezzo a sterminati campi coltivati a cereali e si arriva a Aksaray con altri caravanserragli restaurati e, ovviamente, le sue moschee. Di qui il paesaggio cambia e assume progressivamente i caratteri particolari della Cappadocia.
Nella visita precedente non ho riflettuto sul fatto che le tappe giornaliere di una carovana di cammelli non superavano i 40 chilometri. La distanza tra i caravanserragli non poteva e non può che essere nettamente minore. Per assaporare il rapporto con il paesaggio che ha disegnato l’Anatolia bisogna uscire dalla schiavitù della macchina e della velocità. Fare per lo meno un tratto molto lentamente con piccole soste frequenti. Allora i monti lontani che segnano l’orizzonte, i minareti e le case che suddividono lo spazio, l’itinerario torna a appartenere alla “Via della Seta”.

A Sultanhani a 35 km dopo Obruk e 45 prima di Aksaray il caravanserraglio merita una visita per una architettura di indubbio interesse, per il restauro e per il rapporto che ancora mantiene con la Via della Seta.
Subito dopo Aksaray è obbligatoria una deviazione verso destra. L’altopiano dell’Anatolia comincia ad ondularsi e quasi all’improvviso appare solcato da strapiombi, strette valli scavate dai fiumi dentro un alto strato di rocce rosse o rosate. Sopra i campi o prati riarsi, in mezzo pareti rocciose che scendono in verticale tra i 20 e i 60 metri, in basso il verde dei salici e dei capperi lungo il corso del fiume, lungo le pareti piccoli monasteri e luoghi di culto ortodossi scavati e decorati.
A 30 chilometri dall’itinerario principale Selime è un punto vi visita organizzato. Ma oltre al caso singolare, il paesaggio offre tutta una serie di gole tagliate, di vuoti che si aprono all’improvviso, di antichi segni dell’acqua.
Tornati sulla Via della Seta ci si accorge che il panorama è cambiato. Le alture che prima stavano all’orizzonte si sono avvicinate; lungo i fianchi scoscesi sono numerosi i paesi e paesetti arroccati. Guardando meglio le case sono spesso composte da una parte costruita all’esterno che prosegue in una parte scavata all’interno della roccia. Anche questo è un aspetto da metabolizzare con un minimo di calma per leggere la filigrana di un tessuto che nasce dall’intreccio delle attività costruttive dell’uomo da una parte e della natura dall’altra, anche se tutti e due (uomo e natura) scavano e accumulano materiale.
Da ultimo appaiono le principali emergenze della Cappadocia: le valli di Zelve e di Göreme, la città sotterranea di Derinkuyu. A Zelve le formazioni falliche accatastate l’una all’altra sono state utilizzate dai primi abitanti per scavare stanze spesso collegate da cunicoli o scale. L’aggregato di forme naturali, generato dall’erosione dovuta a pioggia e vento, diventa la base per un aggregato di unità abitative umane, anch’esso generato dalla prosecuzione dello scavo questa volta con utensili.
Purtroppo quando sono stato in Cappadocia non era ancora attivo il servizio di mongolfiere per apprezzare le formazioni geologiche dall’alto. Ma se torno ... non me lo perdo di certo. Muoversi liberamente nell’aria permette di fruire nel modo migliore una formazione geologica che assume connotati diversi se vista da vicino, da lontano, dal basso e dall’alto.
Il complesso monumentale di Göereme, pur essendo anch’esso ipogeo e quindi generato dallo scavo della roccia, presenta valenze più propriamente architettoniche. Le pareti rocciose in questo caso hanno una maggiore continuità, gli scavi sono di dimensioni maggiori, con molteplici ambienti collegati tra loro e, soprattutto, gli spazi ottenuti rispondono ai canoni delle architetture bizantine. Chiese con piante a croce greca, coperte da cupole o volte a crociera, segnate da archi e colonne, arricchite da nicchie e decorazioni pittoriche. Purtroppo l’erosione di vento, pioggia e gelo è proseguita anche dopo la realizzazione dei monasteri bizantini (anzi è stata accentuata proprio dall’intervento antropico). Il crollo delle parti esterne ha portato allo scoperto parte degli ambienti che una volta erano completamente ipogei.
Ultima emergenza che manca dall’elenco la città sotterranea di Derincuyu, forse la più importante tra le decine di insediamenti sotterranei realizzati, sempre in epoca tardo-romana nei dintorni dell’attuale Nevsehir. Qui le geometrie euclidee si perdono completamente. Meandri, spazi ameboidi e budelli ricreano un sistema a 11 livelli sovrapposti che presenta sorprendenti analogie con altri insdiamenti animali sotterranei.

mercoledì 5 dicembre 2012

Marche – Le colline disegnate dall’agricoltura

Per appropriarsi di un paesaggio meglio girovagare senza una meta precisa, passare e ripassare in uno stesso luogo, confrontare momenti e punti di osservazione complementari. Le colline dell’entroterra marchigiano sono segnate da strade che salgono e scendono, le ingabbiano in una ragnatela di percorsi possibili, equivalenti. I centri urbani e i borghi rurali stanno quasi sempre in alto, sulla sommità di colline e crinali. Lasciando le strade più trafficate e gli agglomerati maggiori, il paesaggio coltivato si nasconde e si disvela ad ogni curva, salita o albero.
the profile of the Apennines of Umbria Marche
the top of the cultivated hills
fields in the high hills
degrade the down hills
the road halfway uphill
the ridge road inland from Pesaro
the road halfway down
the road on top of the cultivated areas
the hillsides in autumn
the degradation of the hills into the valley
the worked field before winter
meadows and fields in the pass
the large lawn in the area pass
the rows of vines in halfway
regular planting of olive trees
the fence, tree-lined fields
the screws before winter break
the path between the trees of the Mediterranean
the rural road that surrounds the field
the road that leads to the valley floor
the hills close to the sea with the countries on the ridges
other arable fields enclosed by trees
a look from the top of coastal plain
the last hills before the coast of the Adriatic Sea

Le colline marchigiane sono comprese tra l’appennino a sud e il mare a nord, sono poi segnate da una serie di fiumi e relative valli sempre dirette da sud a nord. Il sali e scendi delle strade si fa più accentuato verso l’appenino e più dolce verso il mare. E il verso nel quale si procede cambia il tipo di panorama che di tanto in tanto si apre alla vista: il profilo dei monti più alti se si va verso sud, la pianura costiera e il mare se si va verso nord.
Al di la degli scorci panoramici, che pure giustificano la passeggiata, il paesaggio marchigiano è prima di tutto disegnato dall’agricoltura. I campi circoscritti da alberi e fossi entrano in dialettica con la morfologia delle colline generando una infinità di forme diverse. Per chi, come me ha memoria dello stesso paesaggio negli anni ’50, qualche rimpianto limita il piacere della vista. Una volta il disegno rasentava il merletto, rispetto a quello di oggi più dilatato e marcato. Prima le pendici erano terrazzate, i campi erano scanditi dai filari di viti e alberi da frutto, il confine tra coltivato e incolto era sfumato, poco evidente. Oggi è evidente il contrasto tra arato o seminato da una parte e macchia mediterranea dall’altro. Con una analogia pittorica, il paesaggio agricolo del secondo dopoguerra rimanda all’importanza del dettaglio nei Preraffaelliti, mentre quello odierno ha maggiori assonanze con le campiture dei Postimpressionisti.
Nel preparare la visita o la passeggiata c’è anche da considerare la mutevolezza di ogni paesaggio, e di quello agricolo in particolare, per quanto riguarda la stagione dell’anno, le condizioni atmosferiche, l’ora del giorno, nonché la distanza che va dal molto lontano (panorama ampio), al rapporto tra primo e secondo piano (quinta di alberi), al molto vicino (fronde o foglie).

venerdì 23 novembre 2012

Spagna – L’anima effimera e profonda di Barcelona

central square in gracia barcelona with the smurfs
Premessa: le feste a Barcelona prima che come fattore di attrazione turistica, vanno viste come chiave di lettura di un’anima profonda. Tutti gli Spagnoli, ma in particolare i Catalani, mescolano gioia e dolore, vita e morte. Cambiare la città per un giorno serve a legare le due anime.

Nel quartier di Gracia, ad esempio, a fine agosto gli abitanti attrezzano le loro strade per passare un pomeriggio o una serata in compagnia di chi andrà a visitarli. Gli addobbi mascherano il volto consueto, quotidiano. Ma non troppo. I temi nascono dalla quotidianità per proiettarla in una dimensione surreale (ma non propriamente fantastica). Grandi forbici e rocchetti di filo, fiori di carta, fiocchi di neve in polistirolo, ghirlande. Solo nella piazza centrale, punto di raccolta conclusivo, una concessione al mondo delle favole con i puffi. Una realtà sotto la lente di ingrandimento per addomesticarla. Anche l’esecuzione degli addobbi rimanda al fai da te, ad un artigianato condiviso radicato nella manualità, maestria e buon senso.
a road with penguins for the feast of gracia
drapes like winter for the festival in gracia barcelona
maxi scissors and ribbons for the party in gracia barcelona
colorful fake flowers for the party in gracia barcelona
snowflakes polystyrene in barcelona
an autumn of paper on a street in barcelona
giant spools in a street in barcelona
surreal lace in a street in Gracia
the tower of the square gracia behind the net of the Smurfs

giovedì 8 novembre 2012

Argentina – Il senso delle cose oltre i 4.000 mt slm


the soup in place of refreshment at the sanctuary de tres pozos
Quando è buona anche la minestra con la coca cola.
Non so se è la mancanza di ossigeno o l’aria secca e tagliente, ma a 4.000 metri sul livello del mare lo spazio sembra espandersi e il silenzio diventa pesante. La vita stessa sembra dilatarsi per diventare diafana, trasparente. Tutto diventa terribilmente lontano e irraggiungibile. I movimenti rallentano, il senso di fatica aumenta, mentre il corpo perde la percezione del peso.

venerdì 2 novembre 2012

Zanzibar – Una chiave di lettura per l’Oceano Indiano


Quando vai in mari tropicali ti aspetti palme, spiaggia bianchissima, sole, colori smeraldo. E questo quando arrivi sulla spiaggia di Jambiani lo vedi da subito. Però noti anche che l’acqua a riva non è limpida e speri che sia un fenomeno di breve durata. Metti i piedi in acqua e provi la sgradevolissima sensazione di affondare nel fango (si tratta invece di un finissimo deposito corallino color bianco latte).

martedì 23 ottobre 2012

Parigi - Quando si va a piedi o in métro

Tra una visita e un’attrazione si passa e ripassa nelle stesse strade e stazioni della metropolitana. I punti di riferimento che una città come Parigi chiede per potersi muovere con sicurezza uno se li scorda quasi subito. Restano impressi nella memoria i luoghi simbolo, le esperienze particolari, gli eventi attesi o imprevisti. Eppure la maggior parte del tempo uno lo passa in luoghi apparentemente senza qualità. Ma, riflettendoci, l’anima di una città passa proprio attraverso questi luoghi. Il grigio del cielo e la pioggia, la ferrovia sopraelevata e il mercato sottostante, le stazioni che aprono squarci su quartieri sempre diversi, l’arrivo della notte, le travi in ghisa sostituite dall’acciaio cromato, le stazioni sotterranee e i tapis roulant. Le cosiddette infrastrutture hanno una forma, generano immagini e lasciano traccia nella memoria.

railing of the subway '900 cast iron in Paris
vista sulla città dalla stazione del métro a parigi
climb to the top station in Paris
i binari sopraelevati in un’area centrale a parigi

lunedì 22 ottobre 2012

Svizzera - Un mercatino con il sole a Lucerna

Talvolta capita di incontrare per puro caso una condizione privilegiata che offre l’immagine migliore di una città o di un luogo. Nella luminosa mattina passata a Luzern in Svizzera c’era un mercatino che praticamente occupava tutto il centro storico. Iniziava nella piazza del Municipio con un’area riservata agli artigiani del luogo. I baracchini per l’esposizione delle merci funzionano come una sorta di alti cavalletti in legno naturale che sorreggono un telo di plastica trasparente per proteggersi dai frequenti scrosci di pioggia. Proseguendo nella passeggiata, lungo una riva del fiume la zona dei bar e ristoranti dove ci si ferma, si parla e ovviamente si mangia e si beve. Poi sull’altra riva il vero e proprio mercatino dell’usato con stand coperti vicino a merci esposte sul marciapiede o sui parapetti in muratura.
local crafts market in lucerne
mercato dell’artigianato locale a lucerna
Exhibitor detail in Lucerne, Switzerland