Il loto nei tempi dello Sri Lanka: da un fiore a una cultura, da una religione a un paese
La chiavi di lettura di un viaggio o di una realtà rischiano sempre di polarizzare troppo l’attenzione. Tante cose restano defilate o nascoste. Ma quello che resta alla luce acquista spessore, sfumature, organicità (per lo meno nelle intenzioni di chi scrive).
Il fiore di loto nello Sri Lanka lo vedi in tutti gli stagni, sulle bancarelle all’entrata dei templi, dentro i templi per le persone che pregano, sulle pareti e sui soffitti come motivo decorativo, nelle posizione del Budda che medita e altro ancora.
Nella sua semplicità ovviamente il fiore è bellissimo. Poi ha una struttura geometrica che la tradizione indiana e cingalese ha tradotto da tempo immemorabile in un sistema con base quadrata, simmetrico rispetto sia agli assi sia alle diagonali. La simmetria a raggiera raccorda il quadrato con il cerchio a volte inscritto a volte circoscritto: ovvero dal fiore una geometria.
Pregare offrendo fiori sbocciati fa parte della ritualità orientale, mentre in occidente il ruolo degli stessi fiori rimane confinato alla decorazione dello spazio liturgico. Il fedele che offre loti alla divinità che sta meditando nelle posizione del loto esprime una dolcezza che va oltre la religione.
Non basta. Gli alberi della foresta pluviale dominano l’intero paesaggio delle Sri Lanka e proteggono gli stagni “infestati” dai fiori di loto. Non servono coltivazioni, tecniche o altre contaminazioni della natura. Tutto l’anno i fiori si lasciano raccogliere e sanno ispirare l’immaginazione e l’animo dei Cingalesi.
Un rito collettivo dal sapore arcaico, incontrato per caso all’ingresso dell’Alagar Temple (dedicato a Vishnu) nel villaggio Azhagar Kovil, vicino a Madurai nel Tamilnadu. Un gruppo di uomini a torso nudo con i segni della divinità sulla fronte recitano parole rituali l’uno contro l’altro; attorno le donne con i sari multicolori partecipano con invettive, ma con un ruolo secondario. Gli uomini più giovani, uno dopo l’altro vengono posti al centro del rito fino a raggiungere una sorta di trance. Per quanto ho capito, il rito dovrebbe servire a scacciare la cattiva sorte.
Se potessi tornare in Cappadocia, il tragitto sarebbe lo stesso dell’ultima volta, ma l’attenzione ed i tempi della visita sarebbero diversi. Punto di ingresso in Anatolia sempre Konya (la città dei famosi Dervisci). L’uscita da una città molto caratterizzata dalla cultura ottomana attraversa una periferia ormai uguale a tutto il resto del mondo, con i capannoni industriali, i silos, i rifornimenti di carburante. Quando l’agricoltura prende il sopravvento sul paesaggio urbano, tornano i segnali di una cultura antica nei campi e nelle poche case.
Proseguendo sull’altipiano si passa molto vicino sia a formazioni geologiche singolari sia ad una serie di caravanserragli. Ad esempio con una deviazione a sinistra di circa 4 chilometri si arriva ad Obruk, un piccolo paese agricolo affacciato su una sorta di buco circolare della crosta terrestre pieno d’acqua con a fianco le rovine di un caravanserraglio.
Altro breve tratto di strada in mezzo a sterminati campi coltivati a cereali e si arriva a Aksaray con altri caravanserragli restaurati e, ovviamente, le sue moschee. Di qui il paesaggio cambia e assume progressivamente i caratteri particolari della Cappadocia.
Nella visita precedente non ho riflettuto sul fatto che le tappe giornaliere di una carovana di cammelli non superavano i 40 chilometri. La distanza tra i caravanserragli non poteva e non può che essere nettamente minore. Per assaporare il rapporto con il paesaggio che ha disegnato l’Anatolia bisogna uscire dalla schiavitù della macchina e della velocità. Fare per lo meno un tratto molto lentamente con piccole soste frequenti. Allora i monti lontani che segnano l’orizzonte, i minareti e le case che suddividono lo spazio, l’itinerario torna a appartenere alla “Via della Seta”.
A Sultanhani a 35 km dopo Obruk e 45 prima di Aksaray il caravanserraglio merita una visita per una architettura di indubbio interesse, per il restauro e per il rapporto che ancora mantiene con la Via della Seta.
Subito dopo Aksaray è obbligatoria una deviazione verso destra. L’altopiano dell’Anatolia comincia ad ondularsi e quasi all’improvviso appare solcato da strapiombi, strette valli scavate dai fiumi dentro un alto strato di rocce rosse o rosate. Sopra i campi o prati riarsi, in mezzo pareti rocciose che scendono in verticale tra i 20 e i 60 metri, in basso il verde dei salici e dei capperi lungo il corso del fiume, lungo le pareti piccoli monasteri e luoghi di culto ortodossi scavati e decorati.
A 30 chilometri dall’itinerario principale Selime è un punto vi visita organizzato. Ma oltre al caso singolare, il paesaggio offre tutta una serie di gole tagliate, di vuoti che si aprono all’improvviso, di antichi segni dell’acqua.
Tornati sulla Via della Seta ci si accorge che il panorama è cambiato. Le alture che prima stavano all’orizzonte si sono avvicinate; lungo i fianchi scoscesi sono numerosi i paesi e paesetti arroccati. Guardando meglio le case sono spesso composte da una parte costruita all’esterno che prosegue in una parte scavata all’interno della roccia. Anche questo è un aspetto da metabolizzare con un minimo di calma per leggere la filigrana di un tessuto che nasce dall’intreccio delle attività costruttive dell’uomo da una parte e della natura dall’altra, anche se tutti e due (uomo e natura) scavano e accumulano materiale.
Da ultimo appaiono le principali emergenze della Cappadocia: le valli di Zelve e di Göreme, la città sotterranea di Derinkuyu. A Zelve le formazioni falliche accatastate l’una all’altra sono state utilizzate dai primi abitanti per scavare stanze spesso collegate da cunicoli o scale. L’aggregato di forme naturali, generato dall’erosione dovuta a pioggia e vento, diventa la base per un aggregato di unità abitative umane, anch’esso generato dalla prosecuzione dello scavo questa volta con utensili.
Purtroppo quando sono stato in Cappadocia non era ancora attivo il servizio di mongolfiere per apprezzare le formazioni geologiche dall’alto. Ma se torno ... non me lo perdo di certo. Muoversi liberamente nell’aria permette di fruire nel modo migliore una formazione geologica che assume connotati diversi se vista da vicino, da lontano, dal basso e dall’alto.
Il complesso monumentale di Göereme, pur essendo anch’esso ipogeo e quindi generato dallo scavo della roccia, presenta valenze più propriamente architettoniche. Le pareti rocciose in questo caso hanno una maggiore continuità, gli scavi sono di dimensioni maggiori, con molteplici ambienti collegati tra loro e, soprattutto, gli spazi ottenuti rispondono ai canoni delle architetture bizantine. Chiese con piante a croce greca, coperte da cupole o volte a crociera, segnate da archi e colonne, arricchite da nicchie e decorazioni pittoriche. Purtroppo l’erosione di vento, pioggia e gelo è proseguita anche dopo la realizzazione dei monasteri bizantini (anzi è stata accentuata proprio dall’intervento antropico). Il crollo delle parti esterne ha portato allo scoperto parte degli ambienti che una volta erano completamente ipogei.
Ultima emergenza che manca dall’elenco la città sotterranea di Derincuyu, forse la più importante tra le decine di insediamenti sotterranei realizzati, sempre in epoca tardo-romana nei dintorni dell’attuale Nevsehir. Qui le geometrie euclidee si perdono completamente. Meandri, spazi ameboidi e budelli ricreano un sistema a 11 livelli sovrapposti che presenta sorprendenti analogie con altri insdiamenti animali sotterranei.
La prima volta che ho visitato il sito archeologico di Mamallapuram ero troppo
condizionato da un approccio modernista per cogliere il significato, per
entrare in sintonia con il luogo. Questa volta invece mi sono dato il tempo di
capire. In particolare la o le chiavi di lettura della grande collina granitica
con le cosiddette grotte dovevano venire da dentro, emergere progressivamente
dalla visita ovvero dalla relazione anche fisica e non solo visiva o
intellettuale con le cose.
Tra i ricordi familiari esposti sui ripiani della libreria,
le due piccole scatole d’argento meritano un racconto. Le ha trovate Teresa in Cappadocia
nel piazzale di ingresso a un insediamento ipogeo (un tipo di architettura che
è difficile memorizzare perché fa perdere il senso dell’orientamento). A Derincuyu
su una bancarella improvvisata ai margini di uno spiazzo polveroso tra semplici
case in costruzione, Teresa ha cominciato a contrattare con un ragazzo che non
si capacitava per un acquisto di oltre 20 pezzi da 2.000 lire ciascuno: le
scatole sarebbero servite come regalini per personalizzare la cena di Natale
con i parenti.
Il (o la) capofamiglia che protegge il partner: il Tamilnadu regala anche questo. Il singolare incontro con una famiglia di macachi che hanno assunto comportamenti schivi o protettivi, ma non sono scappati e non si sono neanche nascosti. Hanno manifestato i loro sentimenti sia come gruppo sulla difensiva, sia come individui con il giovane rampollo pieno di curiosità e energia. Per la cronaca, stavamo visitando le cave (piccoli tempi scavati nella roccia) di Mamallapuram dove grandi massi di granito circondati da alberi rigogliosi affiorano dal verde prato di una morbida collina.
Dal deposito di immagini nella mia memoria (corroborata
dall’archivio fotografico) ho riportato allo scoperto un piccolo evento
accaduto nel 1973. In una mattinata piena di un bel sole primaverile con i mei
due compagni di viaggio abbiamo girovagato nel bazar di Urfa (o Sanliurfa se
preferite), una città nella Turchia centro meridionale, a pochi chilometri dal
confine con la Siria. In quel bazar la presenza principale riguardava gli
artigiani che realizzavano i loro oggetti direttamente sulla strada, davanti
alle loro botteghe. I commercianti si addensavano in alcuni punti che
ovviamente erano anche i più frequentati, ma nel complesso assumevano una
importanza minore. O per lo meno la mia attenzione è stata tutta catturata
dagli artigiani.
Le rappresentazioni della religiosità Indù mostrano similitudini con il linguaggio dei cartoni animati holliwoodiani. Ma è una similitudine impropria e fuorviante, anche perché le statue e le decorazioni del Tamilnadu hanno origini ben più antiche di Walt Disney. Le intenzioni didascaliche e popolari privilegiano l’immediatezza della comunicazione a discapito della rielaborazione artistica di linguaggi e contenuti.
La ordinaria straordinarietà dell’India: una spiaggia davanti al quartiere dei pescatori con i pescatori che chiacchierano e si preparano con calma alla prossima uscita in mare. Barche relativamente moderne e tradizionali. Intorno vacche pigramente sdraiate sulla sabbia, capre e corvi in movimento. Subito dietro una giostra arrugginita e un piccolo tempio appena protetto da un muro di cinta. È mattina presto e gli studenti stanno andando a scuola.
Un viaggio per attraversare il Tamilnadu ovvero lo stato che occupa la parte sud est dell’India, dirimpetto all’isola dello Sri Lanka. Da Chennai a Madurai sono 460 chilometri. In quattro tappe i
tempi degli spostamenti diventano compatibili con le soste, le visite e i
desiderati imprevisti. Se i giorni disponibili fossero stati 13 o 14, sarebbe
stato possibile fare il giro con l’andata lungo la costa ed il ritorno
all’interno o viceversa. Una settimana basta appena per percorrere un
itinerario da nord a sud lungo la costa. Anche se resteranno fuori mete come
Tiruvannamalai, Vellore e Kanchipuram.
L’intenzione iniziale era di stare i primi due giorni a
Chennai, ma un inconveniente dell’ultimo minuto mi ha impedito la visita della
città. Il viaggio è cominciato subito on
the road. Grazie agli accordi in rete per una macchina con autista, abbiamo
incontrato Suresh appena scesi dall’aereo a Chennai e ci siamo avviati lungo la
litoranea. Per la cronaca l’aereo arriva alle 5,00 di mattina, in piena notte.
Una ressa di persone fuori dall’aeroporto, tenute lontano da un cordone di
vigilantes. Quasi miracolosamente è emerso dal buio un prestante giovanotto con
il segno di Shiva sulla fronte, che mostrava un foglio spiegazzato con le foto
mie e di Teresa mandate da me cautelativamente all’agenzia di noleggio proprio
per facilitare il riconoscimento.